Le origini del Tango sono avvolte da un invulnerabile nebbione, per di più ispessito, per non dire afflitto, da ricorrenti elucubrazioni su una quantità infinita di notizie, in massima parte di provenienza orale. Se la sua genesi postribolare, da sempre professata da Jorge Luis Borges, è ora una verità protetta da una multa, e le remote esercitazioni pratiche tra uomini nel Tango-Danza riscuotono la generica approvazione di tutti gli studiosi, resta per esempio ancora da stabilire chi mai abbia portato in Sudamerica il bandoneòn: il marinaio inglese Thomas Moore? Ruperto, il viaggiatore di commercio cieco? Il fantaccino brasiliano Bartolo? O, come sostiene compatta l’intera famiglia Ortiz, il Senor Ortiz, padre del grande bandoneonista Ciriaco? Come è stato possibile che questo strumento creato in Germania da Heinrich Band intorno al 1830 sul modello della concertina inglese a casse esagonali e destinato alle chiese a basso budget che non potevano peirettersi l’aquisto dell’organo regolamentare, sia passato dagli inni a Nostro Signore ai ballabili patrocinati dal ben più solvibile Belzebù, a oltre 13.000 chilometri di distanza? D’altra parte, se ancora non si riescono a dirimere le controversie sulla versatile nazionalità di Carlos Gardel, il sommo idolo del Tango. chi mai potrebbe criticarci se assimilassimo ai luoghi di culto Lo de Hansen, pista da ballo privilegiata dai piu rinomati compadritos degli inizi del secolo, nonostante gli insistenti e antitetici ricordi di Roberto Firpo, pianista e direttore musicale di Hansen in quegli anni.
I vari biografi del Tango, avvalendosi di testimoni dalla memoria non contaminata dalla partecipazione diretta ai fatti narrati, ci svelano in continuazione importanti dettagli: l’ubicazione degli stabilimenti o tertulias della Parda Flora, di Laura, di Maria La Vasca e della Gringa Luisa, nomi e cognomi, nonché professioni ed eventuali cariche pubbliche della scelta utenza delle sunnominate (il cliente era evidentemente tenuto a compilare un questionario), catalogo ragionato dei tanghi ivi eseguiti. Allo stesso modo, gli indomabili Accademici del Lunfardo arricchiscono la parla quotidiana di Buenos Aires promulgando dalla sede del Cafè Tortoni espressioni e termini così popolari ed autentici da essere solo a loro noti, certo a seguito di acuminate indagini filologiche su vecchi tanghi e lettere di carcerati.
Sottoscriviamo volentieri: tutto quanto vada ad incrementare l’apodittico Cielo del Tango troverà facilmente ospitalità presso il nostro cuore e al di sopra della nostra firma. La sobrietà con cui apprendiamo che la paternità della llevada è stata unanimemente autoattribuita al Virulazo (che come ogni altro milonguero ha ideato, perfezionato e brevettato tutti i passi di Tango che si usano oggi) è la medesima con cui accoglieremmo una biografia di Ulisse che, basandosi sulle testimonianze di Polifemo, Agamennone, Telemaco, Penelope. Antinoo, Laerte, Circe e tutti i maiali (citiamo a memoria Borges), ci rivelasse che l’Eroe in realtà non si è mai mosso da Itaca.
Il Tango, in definitiva, ha molto più a che vedere con l’Epica che con le Muse. Malgrado i suoi cantanti con esmokin da veglione e sorriso al metacrilato, l’artificiale sensualità dei suoi ballerini stanziali a Broadway e l’impresentabilità di quasi tutti i suoi esponenti professionali, nonostante lo screditato sigillo della classe media che lo marca a fuoco da cinquant’anni e più, il Tango resta pur sempre una meravigliosa e tragica fiaba e un grande sogno. E come tale, esige sognatori e non notai, vive più di poesia e sentimento che non di veridicità. Se non credi più ai sogni, scrive il nostro amico Vinicio Capossela, i sogni non crederanno più a te. Perciò amiamo tanto Hugo Pratt. Con doppie lune, stazioncine di legno, empedrao, biliardi, sguardi di milonguere, teste impomatate con Glostora, un’Onorevole Pezza e vino scabio, egli ci restituisce intatti, e senza pantofole, al Sogno del Tango, alla musica più bella del mondo, all’original soundtrack delle avventure di tutti (noi) i Gentiluomini di Fortuna.
Corto Maltese arriva per la prima volta a Buenos Aires all’inizio degli Anni ’10, quando è poco più di di un ragazzo. Non si hanno molte notizie sul suo soggiorno in Argentina: Hugo Pratt si era spesso riproposto di narrarne la storia, con i tanti personaggi che Corto conosce in questi anni giovanili e che ritroverà in seguito e con una bella dose di Tango., naturalmente.
E’ dunque lecito immaginare che Corto, in virtù di una sua certa predilezione per “la città bassa, piena di ladri e di belle donne”, prenda alloggio nella Boca, sobborgo situato nella parte sud di Buenos Aires e adiacente alle tortuose rive che il piccolo fiume Riachuelo disegna prima di confluire nel Paranà, che in quel punto è maestosamente largo 120 chilometri. La Boca (Xeneise) è il porto di Buenos Aires. Da qui il suo nome (Bocca di porto) e la sua importanza. Da più di un secolo è popolata prevalentemente di immigrati italiani, liguri per la precisione, come l’aggettivo Xeneise lascia presagire. E’ interessante notare che i genovesi sono reperibili un po’ ovunque in Sudamerica in quanto, fin dai tempi di Cristoforo Colombo e grazie alla sua intercessione, sono sempre stati gli unici marinai non spagnoli ad essere ammessi a bordo della Flotta Reale di Spagna.
Alla Boca le case vengono costruite in lamiera galvanizzata, non certo per un prematuro senso del pittoresco, bensì a causa della mollezza del terreno che non sopporta il peso dei mattoni, e sono coloratissime, come lo sono ad ogni latitudine le case dei marinai, i quali sempre gradiscono distinguere da lontano il loro domicilio. Lnoltre, già dal secolo scorso, vi sono chiese, scuole, una biblioteca popolare, un ufficio postale, tram, ferrovie e, quel che più conta, una miriade di locali dal personale quasi interamente femminile. Una bella mossa in una Buenos Aires quasi interamente maschile. Questi leggendari caffè notturni sono allineati nelle vie Pinzon, Brandsen. Suarez, Olavarria, Necochea, Almirante Brown e si chiamano Royal, La Marina, La Popular, Las Flores, Del Griego, De la Turca, La Fratinola (che reclamizza avere due morti a notte, anche senza prenotazione), La Buseca.
Negli anni che vanno dal 1900 al 1916 la Boca è la Capitale Mondiale del Tango. Tutti i migliori tanghisti suonano quii: Vicente Greco (Garrote), Gennaro Esposito (El Tano), Roberto Firpo (il primo pianista), el Aleman Bernstein (virtuosissimo bandoneonista in grado di suonare e di bere birra nello stesso tempo) e, soprattutto, il grande Eduardo Arolas, il Tigre del Bandoneòn.
Ma torniamo a Corto: in queso ambiente cosmopolita e bohemio si trova senza dubbio a suo agio. Stringe amicizie durature, conosce e frequenta poeti, musicisti, ballerini, avventurieri di ogni tipo e, ovviamente, ladri. Ma ladri “di quelli di una volta”, però, che il poeta Raul Gonzales Tunon così descrive:
I ladri usano il berretto grigio, sciarpa scura e camicia a righe. E sennò, no.
Certi portano in tasca una lanterna sorda. D’altro canto si innamorano di ragazze robuste, collezionano cartoline e, a volte, sfoggiano un tatuaggio sul braccio sinistro: un fiore, un veliero e un nome… Rosita.
Tutti i ladri sono innamorati di Rosita… e anch’io.
I ladri sanno fischiare, scendere dalle automobili in movimento e ballare il valzer.
Amano soprattutto 1a loro anziana madre e quando questa gli muore, cantano un tango, piangono sconsolatamente e tra le cose lasciate dalla morta da dividere con i fratelli, scelgono una Madonnina d’argento e il canarino……
E sono umani, disumani, fatalisti, sentimentali
Innocenti come animali e canaglie come cristiani.
Nessuna angoscia li lacera, ognuno vive come vuole
Quando la madre gli muore, mettono il lutto alla chitarra.
In mezzo a tutti questi cavallereschi mariuoli la figura elegante e un po’ malinconica del nostro giovane marinaio non passa inosservata: Vicente Greco ha un tango nuovo di zecca, ancora senza titolo e lo dedica all’amico Corto. E’ “Ojos negros”, una delle sue più belle composizioni. Garrote è, dopo Arolas, il musicista più richiesto di Buenos Aires. Ne conosce i segreti, i posti, le storie. Una notte vanno insieme en lo de la Parda Flora, vicino al mercato dell’Abasto.
Possiamo supporre per ballare il Tango. Arolas, che si trova nell’edificio per lo stesso motivo, interpreta al bandoneòn un tango appena abbozzato che riluce di una bellezza nuova e sensuale. Formalmente, questo pezzo è davvero un’altra cosa, è avanti anni luce rispetto agli allegri motivetti che si ascoltano nei caffè. Il Tigre del Bandoneòn lo ha composto per la sua donna, che affettuosamente lui chiama Cachila, dal nome di un uccellino selvatico della pampa argentina. Corto Maltese si ricorderà di questo tango qualche anno più tardi, quando saluterà Pandora al termine della Ballata del Mare Salato: “Mi ricordi un taugo di Arolas..”.
In quei giorni ricchi di scoperte, Corto conosce anche un giovane come lui, indeciso se proseguire nella carriera di pugile professionista (con il nome d’arte Kid Cele le ha appena buscate da un certo Reilly) o se dedicarsi totalmente alla poesia. Con il suo vero nome di Caledonio Flores ha vinto il concorso Ultima Hora: la poesia premiata, intitolata “Por la Pinta’’, viaggerà a lungo in compagnia di Corto e, come vedremo, avrà un destino insolito e nobile.
A Buenos Aires in quegli anni si trova anche Onassis. E’ difficile ipotizzare un loro incontro in terra d’Argentina: l’imminente miliardario infatti lavora come telefonista notturno in un lussuoso albergo del centro, dove ricchi proprietari speculatori internazionali e intrallazzatori di ogni risma trattano affari per telefono in comunicazione con le sedi centrali di Zurigo o Londra. L’Argentina, signore e signori, è in vendita. Le “grandi famiglie” multinazionali, le bande di investitori e le banche regolano i conti e si spartiscono le straordinarie risorse di una terra finalmente “ripulita” da indios, caudillos e irregolari. Ogni ipotesi di riforma viene accantonata una volta per tutte. Onassis intercetta e sfrutta le informazioni che corrono lungo i fili telefonici, gettando le basi per le iniziative future legate al tradizionale mestiere della sua famiglia: il commercio fraudolento del tabacco. Ad ogni modo, Corto e Onassis si ritroveranno qualche anno più tardi nella Laguna di Caorle, impegnati nel recupero dell’Oro del Montenegro. Per un giovanotto intraprendente e con voglia di fare bene, l’Argentina all’alba del secolo è il Paese delle opportunità. Corto si unisce ad un gruppo di reputati professionisti cui queste belle qualità non mancano. Per di più Butch Cassidy, il Kid ed Etta Place, oltre a vantare una notevole esperienza nel settore bancario, il che non guasta, sono provvisti come Corto di senso del gioco e dell’avventura. Immaginiamo i nostri eroi conoscersi e intavolare progetti nel Cafè De la Turca, all’incrocio di Necochea e Pinzon, circondati da una esclusiva clientela di gaglioffi. In sottofondo, il Trio di Arolas con Thompson alla chitarra e Ponzio al violino, si fa ascoltare ricamando tanghi che sono gioielli. Corto e gli altri escono: fa quasi giorno e si confondono in una folla di immigrati appena usciti dalla quarantena obbligatoria: sono braccianti agricoli - golondrinas, come li chiamano qqui, poiché come le rondini vanno e vengono tra gli emisferi secondo la stagione dei raccolti - ma sono anche carpentieri, muratori, idraulici. In dieci anni ne sono arrivati 850.000.
Fra qualche ora, Corto partirà verso sud con i suoi nuovi amici. Un altro tango di Arolas li accompagnerà, a mò di viatico e di indicazione stradale. Il suo titolo è “Derecho viejo” (Sempre dritto).
Un morigerato esercizio dell’anacronismo, ci insegna Faustroll, promuove soluzioni immaginarie: durante l’avventura siberiana alla caccia del treno carico d’oro, Corto cade nelle mani del Generale Ungern Kahn. Siamo nel bel mezzo della steppa, la situazione è tesissima, gli interessi in gioco indistricabili. Ungern e Corto, come poeti in un reading a Berkeley, recitano insieme Coleridge, parlano e si intendono attraverso canti ed immagini. Due autentici Gentluomini di Fortuna in azione. Bevono vodka, si commuovono, ricordano. Riappare Eugenio Genero “Quando Venexia mia sopra I tetti delle tue case …”, alcuni dischi di Gardel vengono suonati dal grammofono. L’effetto taumaturgico del Tango è a prova di malinconia tartara. Il Generale su ne va canticchiando un testo donatogli da Corto sulle note di una melodia di sua personale creazione: è il tango “Margot”, parole di Celedonio Flores, musica di Ungern Kahn, il cui finale si trova riportato nell’epigrafe di questa prefazione.
Alcuni anni dopo, probabilmente nel 1923, Corto Maltese ritorna a Buenos Aires. Il Tango è profondamente cambiato, ma il marinaio è così assorbito dalle sue vicende personali da non accorgersene nemmeno. Il suo amio Eduardo Arolas è a Parigi dove di lì a poco verrà assassinato da un macrò. I caffè notturni della Boca sono disertati in favore dei cabarets dell’Avenida Corrientes. “Un paio di baffi sta rattristando il Riachuelo” scrive Borges di Juan de Dios Filiberto (titolare di baffi e autore di tanghi celeberrimi). In effetti giù al porto non c’è più l’allegria del decennio precedente. Gli avventurieri di un tempo sono ora Naufragos del mundo que han perdido el corazòn, come si afferma nel tang “Nieblas del Riachuelo” di Enrique Cadicamo e Juan Carlos Cobian. Il tango è ora di gran moda non solo a Parigi e in Europa, ma nella stessa Buenos Aires. I Roarin’ Twenties prescrivono a tutti di rinnovarsi, di adottare misure adeguate: i giochi sono fatti, l’economia argentina è finalmente ben avviata secondo le direttive del Capitale internazionale e anche il Tango, come qualunque altra società anonima, è tenuto ad aprire un ufficio di rappresentanza in Centro.
Corto rimane fedele alla Musa del Suburbio. Le confiterias tangabili gli sono estranee e certo non si mescola al pubblico familiare che applaude Gardel nell’apocrifa versione di “Margot” (un plagio vero e proprio ai danni di Ungern che la moderna Società degli Autori saprebbe come sanzionare). Qualche volta si reca nel barrio di Boedo a trovare gli amici poeti Nicolas Olivari, Carlos De La Pua (che ora si firma El Malevo Munoz) e Raul Gonzales Tunon, i quali lo introducono al Tango innovativo di Julio De Caro e del suo leggendario Sexteto. Una sera, in un localino del Triunvirato dall’indecifrabile nome di La Chancha (La Maiala), nei pressi del suo alloggio situato nel retro dell’officina di riparazione pneumatici El Parche Honrado (La Pezza Onorevole), Corto ascolta il giovane Osvaldo Pugliese eseguire trenta volte di seguito, sotto le minacce dei melomani presenti o malgrado esse, il suo tango “Recuerdo”, da molti considerato a posteriori il più bel tango del creato.
Un’ultima annotazione a margine dell’agenda del Maltese in questo periodo: la stazione di Borges esiste davvero. Il traffico dei treni è tuttora disciplinato da un orario ferroviario semplice e precisissimo. Consiste in una lavagna di fabbricazione locale sulla quale il Capostazione annota con un gessetto gli orari le cui mutevoli cifre vengono costantemente aggiornate secondo le tempestive comunicazioni dei colleghi Capistazione lungo il percorso. Non è mai successo che alcun treno arrivasse, sostasse o ripartisse con un solo minuto di differenza dall’orario annunciato nei duecento anni di storia della stazione di Borges.
La Buenos Aires che accoglie Hugo Pratt nel 1949 dopo la traversata atlantica è la quarta città al mondo in ordine di grandezza. E’ abitata da più di 4.000.000 di persone, di cui circa 8.000 sono musicisti professionisti di Tango, registrati presso il Sindacato e distribuiti nelle oltre 600 orchestre di Tango in attività nella sola Capitale. Se le capziose tabelline della Statistica fossero anche normative, avremmo un musicista e mezzo in ogni taxi circolante in Argentina e otto in ogni cabina telefonica. Come è facile immaginare, Hugo non si accorge subito del Tango e della sua ampiezza coincidente con la stessa metropoli: nessuno si dichiara tanguero perché non c’è nessuno che non lo sia. Dal finestrino del taxi che miracolosamente sprovvisto di musicisti lo porta in albergo, vede piuttosto obelischi, palme e petrolio che si sprigiona dal terreno. Buenos Aires è una città tutta da scoprire e l’Argentina un meraviglioso paese con più cielo, più stelle, più lune che qualsiasi altro posto nel mondo.
Hugo, nei primi anni di permanenza quaggiù non apprezza il Tango che ascolta alla radio o che svogliatamente ha balla nelle gigantesche feste di Carnevale. Non ne capisce le parole, non ne avverte la profondità. Quando in un bagno turco, che abitualmente frequenta secondo un’abitudine contratta alla Sauna Palestra di Venezia, diventa amico di un certo Pichuco, non si rende conto che quel gordo (ciccione) èAnibal Troilo, uno dei più grandi bandoneonisti e dei più idolatrati miti del Tango. Hugo continua a preferire il Jazz: durante la stagione estiva sul treno che da Buenos Aires porta a Bariloche, famosa località di villeggiatura sulle pendici della Cordigliera andina, più di un passeggero viene meno alla proverbiale ed ammirevole ritenutezza del turista argentino e dona qualche moneta ad una specie di Al Jolson che canta “Swanee” vestito da paperone con pinne ai piedi, becco a megafono e occhiali da saldatore. Avete già capito: il Grande Sbrindolin, questo è il nome d’arte del palmipede, non è altri che il nostro grandissimo Hugo Pratt in piena campagna di autofinanziamento. Questo episodio, e il modo in cui ce l’ha raccontato in un raffinato ristorante cinese di Losanna, è l’immagine del Maestro che ci è più cara.
Paradossalmente, Hugo comincia ad amare il tango grazie a colui che gli ottenebrati tangueros insenstamente additano come il distruttore della tradizione: Astor Piazzolla.
Insofferente dell’autorità costituita, indisciplinato e irriverente come sempre ci piace ricordarlo, Pratt si gioca per Piazzolla, si butta nella polemica che la sua musica provoca in tutta Buenos Aires, lo difende in ogni occasione. Il processo iniziato è irreversibile: da questo momento il Tango sarà per Hugo Pratt, e per noi, indimenticabile.
Il vero Tango non finisce mai, per lo meno a Buenos Aires o dovunque si abbia la fortuna di avere qualche argentino tra il pubblico. In quaesti casi infatti, l’applauso scatta sul finire di ciascun tango, cantato o strumentale che sia, prima del chan chan. La cesura classica degli accordi di dominante e tonica, il cosidetto chan chan, pur essendo la firma o, per meglio dire, il marchio di fabbrica che contraddistingue un complesso musicale dall’altro ( ogni orchestra ha il proprio chan chan) viene sempre ed irrimediabilmente abrogata dai clamori delle impazienti platee argentine. Forse si tratta solamente di prodigalità o di precipitazione, forse sono soltanto festosi urti da collegiali davanti al fotografo, il fatto è che, una annullata la conclusione per invasione di campo, il tango in questione non finisce e continua a fluire come uno di quei misteriosi fiumi sotterranei i quali dapprima ci scorrono sotto i piedi e poi riemergomo inaspettati dove più fa loro comodo. Questo argine impastato di applausi, dunque, ci convoglia il Tango nel suo alveo originario, in quell’interiorità collettiva che costituisce l’anima e la forza propulsiva di ogni Grande Arte (Popolare). Se oggi ben poco ci resta della Swingin’ Buenos Aires degli anni ’60, quella lasciata da Hugo Pratt di ritorno in Italia nell’imminenza di Corto Maltese, e del suo splendido Tango,. è proprio a causa della sistematica spoliazione del tessuto sociale operata dalla dittatura militare che ne ha assassinato i poeti ed esiliato i sognatori. Un feroce chan chan per l’intera Argentina.
Così il Tango, da un quarto di secolo a questa parte, noi è più un fenomeno popolare e sopravvive unicamente in alcune ricerche individuali sparse pur il mondo. E’, questo sì, in gran voga e assoggettato, come tutto l’esistente, alle manovre e alle quotazioni di mercato. Forse gli ululati che accolgono le esibizioni sexy delle coppie di ballerini carne-da-cannone delle varie Case del Tango di Buenos Aires e le ovazioni destinate alla paccottiglia di lusso esportata da certe Compagnie del Tango fin sotto la casa dell’Inamovibile Turista, sono gli stessi applausi che ne occultano la rinascita. Il Tango che scorre invisibile nelle vene può riaffiorare in qualsiasi momento, in un’altra città e in un altro porto. Rinnovato, e noi con lui, come direbbe un Eraclito del River Plate, non si nuota mai due volte nello stesso Tango.
Marco Castellani